mercoledì 17 giugno 2026

Clessidra

Ogni mattina consegniamo al tempo,
otto monete.
La sera restano tasche vuote.

Quaranta ore appese a una settimana,
come pietre alle caviglie dei giorni.

Viviamo di attese misurate,
di lancette che promettono tregua,
di miraggi cerchiati sul rosso del calendario.

Abitiamo soglie,
contiamo distanze,
inseguiamo promesse di luce diversa.

Viviamo rivolti all'orizzonte,
sempre un passo oltre il presente.

Tendiamo le mani al domani,
mentre l'oggi ci attraversa.

Perché ogni tramonto
è un'alba in meno.

venerdì 12 giugno 2026

Esserci

Esserci

L’amicizia non riempie il silenzio:
lo lascia respirare.

Ci sono parole che bussano forte,
e domande che attendono sulla soglia.

Ci sono momenti in cui le parole non servono,
e non perché manchino,
ma perché qualcosa dentro di noi
sta ancora cercando la propria forma.

Allora non si rincorrono le ombre,
non si chiedono ragioni al silenzio.

Si resta.

Si ascolta.

E nell'attesa discreta
si compie forse il gesto più raro dell'amicizia:

l'ermeneutica degli amici è rispettare i silenzi degli altri.

Perché comprendere non è sempre tradurre in parole;
a volte è sedersi accanto a un mistero
senza volerlo violare.

Come si guarda il mare al tramonto
quando trattiene il suo nome,
e lascia alla riva soltanto il battito dell’attesa.

venerdì 13 febbraio 2026

Kaamos di Gianfranco Vitucci




Kaamos, di Gianfranco Vitucci, è una raccolta che si muove interamente dentro uno spazio interiore instabile, dove il pensiero e la razionalità non trovano mai una vera conciliazione. Da questo attrito nasce una poesia sofferta, talvolta oscura, che non cerca di offrire risposte ma di sostare nel conflitto, nella frattura, nello squilibrio.

Il kaamos, termine finlandese che indica la lunga notte polare, rimanda a una sospensione della luce e diventa metafora di un’isola temporale: un luogo chiuso e insieme aperto solo al pensiero, al desiderio, alla perdita. È uno spazio mentale in cui il lettore è chiamato a entrare senza mappe, perché il viaggio non ha una meta definita, ma si dirama in continue possibilità, fino a ricondurre sempre allo stesso punto: noi stessi.

La scrittura di Kaamos è spesso ermetica, densa di metonimie e immagini che non si lasciano afferrare immediatamente. In alcuni testi si avverte una vera e propria sovrabbondanza del nulla: il vuoto non è assenza, ma materia poetica, campo di tensione. Questo approccio rende la lettura intensa, ma anche impegnativa. Non sempre le parole sembrano “cercate”, come se il poeta stesso ammettesse la difficoltà di trovarle,  talvolta, però le poesie più lunghe risultano ridondanti, perdendo forza proprio nella loro estensione.

In certi passaggi la scrittura assume un tono barocco, ricco, stratificato, a tratti eccessivo, mentre altrove colpisce per immagini particolarmente felici, come le “sillabe socchiuse dei pensieri”, capaci di condensare in pochi versi una forte suggestione emotiva. I temi ricorrenti sono l’amore, la caducità della vita, il passato “perduto e mai perso”, ma anche presenze quotidiane e concrete, la montagna, il gatto, le persone, che ancorano l’astrazione a scene di realtà.

La struttura della raccolta appare volutamente caotica, ma non sempre questa scelta risulta efficace. In alcuni punti si ha l’impressione che una suddivisione tematica o una sequenza più ragionata avrebbe giovato al ritmo complessivo, rendendo il percorso del lettore meno dispersivo. Ci sono poesie molto belle che forse avrebbero guadagnato forza con una maggiore asciuttezza.

Nel complesso, Kaamos è un libro che non cerca di piacere né di spiegarsi. Chiede attenzione, lentezza, e una disponibilità ad accettare l’opacità.

È una poesia che non promette una luce piena, ma non abbandona mai del tutto: accompagna nel buio con una presenza vigile, a tratti discreta, a tratti ostinata. E dentro questa fedeltà all’ombra affiora sempre qualcosa di umano e necessario, una forma di amore, magari trattenuta, magari imperfetta, ma sufficiente a rendere il viaggio non solo interiore, bensì condivisibile.

venerdì 31 ottobre 2025

Follow up


Nel corpo, orto d’ombra
una radice estranea tace.

La luna la guarda,
la disfa con silenziosa pazienza

mentre la pelle tace
come un muro in attesa di crepe.

Il resto resta in sala d’attesa,
con un numero in mano
e un caffè tiepido di speranza.

Poi un giorno
qualcosa si sposta
il corpo si aggiusta:

una fragile tregua
tra il battito e il respiro.

Finalmente!

Nel sangue torna il sole,
e la pelle si ricuce di vento.

L’alba, lenta
impara di nuovo il nome della carne.

Clessidra

Ogni mattina consegniamo al tempo, otto monete. La sera restano tasche vuote. Quaranta ore appese a una settimana, come pietre alle caviglie...