giovedì 27 ottobre 2016

Pascoli le chiamerebbe Tamerici

Ultimamente apprezzo sempre più le cose lievi, inconsistenti, quasi evanescenti, la neve, le nuvole, la nebbia che nasconde le cose e allo stesso tempo le svela.
Ma anche i flash, le scintille istantanee dei filobus, che mi destano dai miei pensieri e un attimo dopo svaniscono.
Io ci vedo della poesia nella brace che si consuma lenta mentre cuciniamo all'antica, quando non eravamo ancora figli della fretta, nella cenere che cade silenziosa dalla grata come neve sporca, da albero a legna a cenere, dalla maestosità della chioma all'evanescenza della polvere.
È come camminare nel chiarore dell’alba, affondare le mani nella cenere ormai fredda e ritrovar la vita che è appena stata e sentire tra le dita la memoria lunga del tepore.
Abbiamo tutti pezzi di strada sparsi in giro, tra grumi di verde, di cemento e di fango. E non riesco ad afferrare con lo sguardo neanche le mie orme nei giorni di ogni giorno, dondolando tra pruriginosi e attanaglianti nichilismi.
Ma nascosto nella nebbia, dietro le parole di un’altra anima, chiusa in un mondo piccolo, riesco a centrare il bersaglio. E mi sale una nostalgia che gira a vuoto come un’ape che ronza senza fiori. 
L’abbraccio in cui sarò in pace ha il rumore dei pattini sul lungomare quando è già sera.
Certi suoni li sento nel cuore prima che nelle orecchie e certe luci dalla via del nervo ottico mi prendono dritte la strada dell’anima e ne rischiarano il fondo.
Suoni e luci come quei sassi grossi piazzati a pelo d’acqua sopra il fiume che ti aiutano a ritrovarti sull'altra sponda. E l’altra sponda altro non è che l’altra faccia della luna, il lato bello delle cose, che non sono cambiate loro ma sei tu a vederle in altro modo.
L’obiettivo è non imparare la rotta ma ricordare il mare.

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